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ANTIGONE DELLE CITTÀ

o dell’insepoltura del corpo del fratello

Rappresentazione corale in tre quadri e dodici stazioni

Bologna, Centro Storico, 1 agosto 1991

progetto di Valerio Festi
testi di Franco Fortini, Gianni D’Elia, Franco Loi
Regia di Marco Baliani
drammaturgia di Marco Baliani, Maria Maglietta, Bruno Tognolini
datore luci Paolo Baroni
responsabile organizzativo Emilio Russo
Coordinamento Sandro Tranchina
segreteria esecutiva Milena Gravina
logistica Janna Carioli
allestimenti Mirko Aldrovandi
organizzazione pubblico Francesca Ciampi
ufficio stampa Rita Milanesi
collaborazione al progetto Monica Maimone, Paolo Gardella, Angela Cauzzi

ATTORI
Sebastiano Aglieco, Carlotta Alessandrini, Anna Amadori, Veronica Ambrosini, Roberto Anglisani, Alessandra Inzaghi, Monia Araldi, Mirto Baliani, Simona Barbero, Fiorenza Battistini, Wolfgang Blassnig, Alessandro Braccini, Alberto Branca, Pierluigi Bussi, Bruno Cappagli, Isabella Carloni, Gaia Catullo, Elena Chiaravalli, Andrea Collavino, Paolo Colombo, Germano Comina, Tony Contartese, Maddalena Costagli, Emanuela Dall’Aglio, Patrizio Dall’Argine, Silvio Da Rù, Pippo Delbono, Valentina Diana, Christian Di Domenico, Mario Dielacher, Gabriele Duma, Tania Eick, Anna Paola Falzoi, Giovanna Farina, Sabrina Faroldi, Antonella Galiè, Paola Gallerani, Miriam Garcia, Alexander Gartlgruber, Martina Kolbinger, Davide Landoni, Andrea Lanza, Alessandra Latino, Elisa Lepore, Marco Linzi, Lella Lonardi, Giancarlo Lodi, Fabiola Longhi, Giampietro Lorenzato, Paola Maccario, Katia Maggioni, Cristina Mariotti, Gabriele Masini, Monica Meoni, Maurizio Mistretta, Roberta Moneta, Pino Montarulo, Giovanni Moretti, Silvia Negrotti, Carlo Ottolini, Aldo Ottobrino, Deanna Pacini, Sergio Paladino, Metella Pegoraro, Elisabetta Perosino, Mimma Pieri, Elisabetta Pogliani, Caterina Pontrandolfo, Alessandro Quattro, Anna Maria Recchioni, Irene Riccardi, Pepe Robledo, Francesco Rossetti, Maddalena Rossi, Miriam Rovelli, Sara Salvatico, Angela Sansonetti, Patricia Savastano, Vito Susca, Gigi Tapella, Marcella Tersigni, Vincenzo Todesco, Roberto Traverso, Luca Tursellino, Ivonne Valenti, Barbara Valloggia, Leonardo Vecchi, Maria Vignolo, Elisabetta Vergani, Hanni Westphal, Beate Zweytick.

Danzatori Patrizia Carnebianca, Patrizia Cavola, Luciana Chiaravalle, Ivan Truol
musicista Paola Buconi, Franca Calanca, Paola Fabbro, Anna Malservisi
assistenti alla regia Maya Cornacchia, Maria Maglietta, Giuseppe Scaramella
staff tecnico Lucio Cendou, Flavio Cerea, Paola Davoli, Giuliano Fiaccadori, Massimo Istroni, Clif Krugg, Giovanni Marzi, Gianfranco Michler, Lorenzo Minganti, Carlo Villa, Toni Zappalà
organizzazione Pino Di Bello, Raffaella Farina, Roberta Lipparini, Franca Oetheimer
Per la ricerca di attori Scuola di Teatro di Bologna diretta da A. Galante Garrone, IMET di Bologna, Scuola d’Arte Drammatica P. Grassi di Milano, scuola di recitazione dell’Azienda Teatrale alessandrina, Studio Laboratorio dell’attore diretto da Raul Manso, Scuola del Teatro delle Briciole, Mezzanin Theater e KAEM Z EIN di Graz
manifesto Roberto Perini
progetto scenografico Graziano Gregori, Tommaso Gomez
proiezione Paolo Gualdi


 

ANTIGONE DELLE CITTA – tre quadri

Lamentazione per l’insepolta del corpo del fratello
Dieci “stazioni” del dolore

ore 22. Nei dintorni di Piazza Maggiore, sparsi nelle dieci stazioni, su cumuli di macerie, cento attori recitano la tragedia dalla parte delle vittime: il loro viaggio verso un oscuro “dove”, che li ha portati a perdere identità e diritto alla giustizia.

L’indignazione: Antigone delle Città
Piazza Maggiore
Ore 23: Gli stessi cento attori, radunata la Comunità nella sua piazza, raccontano la tragedia del ricordo, monco e desolato nell’assenza di verità.

La memoria
Stazione Ferroviaria
Ore 24. Resta la Memoria: tracce, sui muri, con i nomi delle vittime che compaiono e si cancellano; fissata nel grido composto da Luciano Berio ed eseguito da Esti Kenan Ofri, che cristallizza in note la volontà di Ricordare.


Scritto di Renzo Imbeni (Presidente del Comitato di solidarietà alle vittime delle stragi)

Anche il silenzio può essere una scelta. Ma le vittime potrebbero confonderlo con la perdita di memoria, con l’assuefazione, con la sfiducia. E anche se è passato molto tempo non possiamo correre questo rischio. Ma non si può neppure mettere la nostra coscienza a posto e lasciare i colpevoli tranquilli ripetendo solo parole già dette, parole dure, sferzanti, dignitose, ma che l’usura del tempo ha inflazionato.
Il 2 agosto di undici anno dopo non ci sono solo le parole a ricordarci che in assenza di verità ognuno si tiene la sua verità, a ricordarci che senza giustizia la società diventa più violenta.
Ci sono la poesia, il teatro, la tragedia; e poeti, scrittori e attori che vogliono dare espressione a sentimenti e passioni altrimenti impercettibili o mute.
Nel lungo labirinto imboccato il 2 agosto 1980, si è quasi dissolto il fatto tragico e ogni spazio si è riempito di altro: depistaggio, servizi, processo, polemiche; e di latro ancora: destabilizzazione, stabilizzazione, connivenza, stragi impunite.
Ma la tragedie è nelle 85 persone uccise, uccise non una volta sola, ma ogni volta che alla domanda “Chi è stato?” siamo stati costretti a rispondere: “Non lo sappiamo”. E’ a queste persone divenute vittime che è andato il pensiero quando si è deciso di ricordare in modo diverso dalle altre volte.
Ma anche noi siamo vittime, lo siamo quando vediamo che il desiderio di giustizia rimane inappagato. E i versi dei poeti e la recita degli attori sono un invito a ribellarci al destino di vittime, a non “dimenticare di avere voluto essere veri, giusti, eguali, liberi”.
Le macerie in piazza sono un segno del nostro passato di stragi, di terrorismo, di negazione del diritto alla vita e alla giustizia. E sono anche lo specchio che riflette un presente in cui la legalità è ogni giorno più debole e l’illegalità ogni giorno più forte.
Non serve cercare di rompere lo specchio con l’alluvione parolaia. Non serve ripulire la piazza dalle macerie. Il problema è usare le macerie per costruire e ricostruire. Ognuno prenda la sua pietra.


Scritto di Valerio Festi

Povero Paese! Insanguinato da stragi, rottura tragica del patto sociale tra gli uomini: l’uccisore degli innocenti e l’impunità degli assassini; l’insussistenza di parole atte a condannare non solo l’omicidio, ma l’orribile beffa della sua subdola legittimazione.

Povera Bologna! Rimasta sola, Antigone delle Città, a lottare contro un invisibile nemico, che dileggia nell’indifferenza il cadavere insepolto del fratello. Invisibile nemico, che la vuole sepolta viva sotto le macerie della nuova barbarie, scatenata contro la sua incolumità e la sua coesione.

Povera Bologna! Per undici anni ha posto sui cadaveri profanati pietre di giustizia, che venivano scoperchiate da sentinelle solerti, prostrate di fronte agli invisibili Creonte. “E quindi sono qua, falso e spergiuro, che m’importa? Porto la ragazza, guarda. Pescata che accudiva il morto”.
Povera Bologna! Pescata che accudiva il morto, per mondarlo dalle sozzure di omissis, di mancanza di prove, di nefandi segreti, di mani che celano il sasso che andranno a tirare.

2 AGOSTO 1980 STAZIONE DI BOLOGNA – Undici anni dalla prima effrazione, dal primo partorir di mostri. Per undici anni la citisi è convocata nella sua piazza, proclamando la continuità della vita, nel consesso riunito su di una musica che non si è voluta spegnere.

2 AGOSTO 1991 NELLE PIAZZE E NELLE STRADE DI BOLOGNA – Un lutto è proclamato. si chiama a raccolta il mondo della Scena. Che riprenda pubblicamente a parlare. Che la poesia, l’ultima parola sacra, proclami ufficialmente la caduta del patto tra gli uomini.
Non per piangere i morti – perché le lacrime in undici anni sono state consumate – ma per celebrare i vivi che ancora vogliono onorarli, che rifuggono dall’infamia, della dimenticanza. La città sarà occupata, nella notte del Primo Agosto, da un evento scenico che rende visibile la ferita, sfigurante, infetta, suppurata da progressivi cumuli di morti.
Dodici spazi scenici: su cumuli di macerie cento attori che ricercano, nelle parole dei poeti, le trame invisibili dei nostri tempi oscuri.
Un evento che non si esaurisce in uno spettacolo. I versi dei poeti di dilateranno come un’infinita ed estenuante eco. Il loro suono percorrerà le strade e i cittadini incontreranno le stesse parole, spostandosi da un luogo all’altro.
L’intenzione è che le madri e i padri apprendano parole di sdegno che possono raccontare ai figli in casa, affinché anch’essi apprendano che lo sdegno di fronte all’ingiustizia è una virtù, è una forza, è una possibilità che l’uomo si è conquistato.


Scritto di Torquato Secci (Presidente dell’Associazione Familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna)

I familiari delle vittime e i feriti alla strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 hanno molto apprezzato le rappresentazioni svoltesi la notte del 1 agosto 1991 nell’ambito dell’Antigone delle città; essi sono coscienti che è stato molto importante che il “mondo della scena” abbia “preso la parola” in difesa di un diritto civile negato: il diritto alla vita.

Voi avete dato un importante contributo alla ricerca comune della verità, ci avete dato sostegno e forza per portare avanti il nostro impegno. Non avevamo bisogno dei lamenti della rassegnazione e voi lo avete capito e con noi avete reso più alto e più forte il grido di richiesta di giustizia e verità. I vostri versi, le vostre voci, sono tutt’uno con la nostra, più insistente che mai richiesta di verità. Perchè queste stragi sono impunite? Per poterne ripetere impunemente ancora altre e costringere l’uomo ad avere paura, ad essere servile e sottomesso. Le stragi e le bombe senza nome dimostrano che non siamo liberi, che l’indipendenza nel nostro territorio è limitata.

È giusto ed è ora che tutti gli italiani abbiano il dovere-diritti di conquistarsi, in maniera completa, la propria indipendenza.


Da “Indignarsi è consolarsi”
un testo per Bologna, di Franco Fortini, 2 agosto 1991

Ma se vi dimenticherete di questa notte,
se vi dimenticherete di voi stessi,
se anche una sola parola
di quelle che ora diciamo
vi entrasse ora nella crema del cervello,
negli alveoli della mente,
nella carotide delle grida impotenti
e se voi nel futuro non la ricorderete
se non se sarete tormentati e rapiti
come fossero non quello che sono
il balbettio di un vecchio
ma la musica grande del mondo vero;
e farete finta di nulla
(era tutto uno scherzo, possiamo
andar via dalla vita senz’altre scuse e per sempre)
allora vi dico:
questo è il vero giudizio finale: dimenticate di avere voluto
essere veri giusti eguali liberi
e non sentirne più dolore:
questa è la nostra condanna finale e per sempre.
Non avrete madre né padre né mogli né figli
né donne amanti né amici ridenti
e al momento del bisogno
al momento del sogno
ultimo, vorrete ricordarla,
la piccola verità,
la confusa verità
di questa nostra teatrale pietà
per noi, per te, per questo mondo che abbiamo sporcato.
Dicono che il mercato
è sistema di informazione perfetto
di quello che la gente preferisce.
Ma quello che non sappiamo di volere
quello che non sappiamo di vedere?
Abita dove il mercato finisce.
Dove le lacrime non parlano;
sono là, dove se ne è andato il vento
sono altissimo su tutta l’Emilia Romagna,
l’Italia, l’Europa, l’Oltremodo
il vento che agli altimeti non parla
ma solo, la notte, a qualcuno e per sempre.

Dunque fra poco tutto sarà compiuto
ogni cosa sarà ferma tra noi
al suo riposo come un giorno compiuto.
Conoscerà ciascuno una cosa vera.
E voi tornerete alle cose con una pietra
sul cuore come nel pugno una pietra vera.
Domani sopra i tetti il sole griderà
le grandi opere ignude delle montagne
e noi e voi torneremo al lavoro.


 

LE ANTIGONI DELLA TERRA

SECONDO PERCORSO – Bologna, Centro Storico, 2 agosto 1992

a 12 anni dalla strage di Bologna

un progetto di Valerio Festi, Marco Baliani e Monica Maimone
parole e testi tratti da testimonianze, racconti, interviste, stampa, poesie, documenti processuali, ricordi, immagini, pensieri
coordinamento drammaturgie Bruno Tognolini
equipe drammaturghi Paolo Dalla Sega, Alessandro Latino, Marco Pernich, Alessandro Quattro, Vincenzo Todesco
scrittura del testo sul “corpo malato” Davide Festi
diario di lavoro Marina Olivari
assistente Eleonora Fumagalli
ideazione, ricerca, direzione Danza: Michele Abbondanza e Antonella Bertoni
Oggetti di scena: Franco Biagioni
assistente Marco Muzzolon
Canto Salvo Nicotra
Percezione Maya Cornacchia
Musica Gabriele Duma
Luci Paolo Baroni
Scena Tommaso Gomez
Suono Arnaldo Ciavatta e Flavio Migani
Formazione e conduzione gruppo Miriam Bardini, Daniele Braiucca, Stefano Bresciani, Elena Chiaravalle, Elisa Cuppini, Stefano Jotti, Marco Merlini, Giovanna Lattonieri, Giacomo Scalisi, Lello Serao
Equipe registi Anna Amadori, Fulvio Janneo, Coco Leonardi, Maria Maglietta, Gigi Tapella
Regia Marco Baliani
Responsabile organizzativo Sandro Tranchina
Coordinamento Simonetta Favari, Letizia Ricadono
Segreteria esecutiva Nelsy Leidi, Silvane Onken
Ufficio Stampa Luca Bottura
Staff tecnico Lionello Bonaventura, Michele Caserta, Luigi Cottone, Enrico D’aulizio, Giuseppe De Michele, Dario Magni, Claudio Marcatelli, Matteo Maternini, Floriana Paci, Tommaso Padova, Beppe Sordi, Maurizio Viani

Attori Virginia Alba, Monica Allievi, Eleonora Arbelaiz, Giada Balestrini, Igor Bararon, Annalisa Bargiggia, Paola Beltrame, Carla Bertolotti Pantani, Bruna Bertoni, Alessandro Bianchi, Piluccai Bianchini, Giovanni Boccomino, Ettore Bonfanti, Lucrezia Botton, Egidia Bruno, Laura Butti, Andrea Caimmi, Massimiliano Calcagno, Alessandra Camurri, Domenico Castaldo, Arianna Castellani, Laura Catellani, Filippo Cazzuola, Raffaella Ceddia, Loretta Cerè, Raffella Chillè, Nhandan Chirco, Mariolina Coppola, Piera Dattoli, Pino Di Bello, Paola Fiore Donati, Franca Fioravanti Romei, Lorenzo Fontana, Gianluca Ghnò, Cristina Maria Giammarini, Jana Hampel, Christiane Horedt, Sabrina Kabua, Laura Kerov Ghiglianovich, Lucia Lafratta, Margherita Locasto, Stefano Lodirio, Rita Lugaresi, Evelyn Lukacic Properzio, Giorgio Lupano, Sandro Mabellini, Elisabetta Maccanti, Susanna Mameli, Angela Mangini, Renata Mozzanti, Gloria Migliaccio, Giuseppe Migliorini, Piero Minniti, Graziella Mirabella, Alessandro Mor, Silvia Moscati, Grazia Oggiano, Michele Panteleakos Mita, Caterina Panti Liberovici, Luciana Paolicelli, Savino Paparella, Franca Penone, Brunella Petrini, Ada Pincherle, Maria Antonia Pingitore, Juri Piropi, Gennaro Ponticelli, Alfonso Postiglione, Fiorenza Quaglia, Luisa Renga, Marta Richeldi, Simonetta Righi, Rinaldo Rocco, Lara Ruschetti, Elena Russo, Rosario Salvati, Cristina Scagliotti, Giuseppe Scutellà, Maria Grazia Solano, Marina Sorrenti, Stefania Sperando, Patrizia Taverna, Spela Trost, Erika Urban, Paola Vannoni, Patrizia Volpe, Antonio Volpi, Debora Zuin
e con Renato Carpentieri (Edipo), Gigi Dall’Aglio (Tiresia), Rosa Pasino (Antigone “vecchia”), Luisa Renga (Antigone “giovane”)
Danzatori Sabrina Caliamo, Federica Paola Capecchi, Antonio Cossia, Marina Pecorelli, Maurizio Uncinetti Rinaldelli
Musicisti Paolo Buconi, Paolo Fantini, Elide Melchioni, Michele Melchioni, Emanuele Rossi
Per il manifesto e la comunicazione del progetto Franco Biagioni, Mario Brattella, Fabrizio Fabbri, Claudio Pesci
Un particolare ringraziamento all’AGIS nazionale per il suo patrocinio, alla Scuola di Teatro di Bologna diretta da Alessandra Galante Garrone per il suo prezioso contributo, all’ETI, all’AGIS Bologna, al Festival Drodesera


EDIPO AL CORO /POPOLO
“Chiunque di voi sappia per mano di chi sia caduto Laio, figlio di Labdaco, io ordino che costui riveli ogni cosa a me. Se ha paura, cancelli l’accusa, lui stesso da se stesso: non soffrirà niente altro di spiacevole, infatti, ma se ne andrò sicuro da questa terra. Se qualcuno, poi, sa che l’assassino è un altro o di un’altra regione, non taccia; io gli concederò un compenso e la mia gratitudine vi si aggiungerà. Se invece tacerete o per paura qualcuno tenterà di stornare da un amico o da se stesso questo mio decreto, dovete ascoltare da me quel che farò in questo caso. Ordino che nessuno in questa terra, su cui ho il potere e il trono, accolga quest’uomo, chiunque sia, né gli rivolga la paroline lo renda partecipe alle preghiere agli dei né dei sacrifici né gli offra acqua lustrale. Tutti lo scaccino dalle case, poiché costui è per noi una contaminazione come il responso pitico del dio or ora ha rivelato a me. Così, dunque, io divengo alleato dei dio e dell’ucciso. Invoco che il colpevole, sfuggito a noi da solo a insieme ad altri, misero miseramente possa vivere una vita sventurata. Invoco poi, se egli fosse nella mia casa, compagno del mio focolare con la mia complicità, che io possa soffrire quel che or ora ho imprecato contro costoro. A voi ordine di obbedire, per me stesso e per il dio e per la nostra terra che muore così senza frutti e senza dei”.
Da Sofocle, Edipo Re


UN TEATRO DI TERRA. Scritto del Comitato promotore per la Memoria delle Stragi

Nella notte di veglia dell’undicesimo anniversario della strage alla Stazione di Bologna, il primo agosto 1991, la città confermò il suo sdegno per la decisione di chi, soffiando forte nelle trombe della dimenticanza, condannava i morti senza sepoltura sul crinale dell’ingiustizia, lasciando assoluti di omicidi. Bologna, Antigone delle città, nella figura delle vittime riconobbe sia gli uccisi che gli umiliati dell’assenza di giustizia; nelle parole dei poeti ritrovò la necessità della verità; nelle macerie che il mondo della scena impiegava come Stazioni della Memoria, trovò le pietre necessarie per “costruire e ricostruire”: vennero portate in un lungo corteo, attori e spettatori insieme, a comporre un tumulo nel luogo della strage.
Bologna, Antigone delle città, la città della Memoria, che non dimentica, che continua, irragionevolmente, contro l’editto del tiranno Creante a spargere un sottile strato di verità sui cadaveri insepolti delle vittime, chiede per quei morti giustizia e non compassione., Per questo, ancora nella prossima notte di veglia, il memoriale si rinnova. Il primo agosto 1992, a dodici anni dalla strage, ci si convoca nuovamente ad attraversare le Stazioni che il Mondo della Scena andrà di nuovo a popolare. E se qualche Creante ci chiederà “Dì dunque, perchè sei così ostinata?”, risponderemo con Antigone “Solo per dare un esempio!”.
Le Stazioni della Memoria attraverseranno le stragi italiane rimaste senza colpevoli: Milano Piazza Fontana, Brescia Piazza della Loggia, il treno Italicus, l’aereo di Ustica, la stazione di Bologna. Per dare un esempio. E perchè la polvere di verità si è dissolta nelle bombe messe dagli assassini, in Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969: la prima strage.
Antigone come esempio; le Antigoni che si spargono ai sette angoli della Terra, ad affermare tracce di verità. E sarà la terra che occuperà le piazze dove gli attori parleranno: terra non più macerie. Nelle macerie la pietra è dura, serve per essere lanciata, o per poggiarne una sopra l’altra, per offendere, per difendere, per edificare la nuova città. LA terra no. Vi si può solo scavare dentro, o seminarvi e attendere germogli o scavarvi trincee per la guerra. Non è possibile costruire la città, non siamo pronti. Prima bisogna sapere.
Di questo si parlerò nelle dieci piazze, dove giovani attori, provenienti dalle scuole di Teatro d’Europa si raduneranno a raccontare. E da lì un percorso si svolgerò verso la Piazza Maggiore, dove il bisogno di verità sarà rappresentato dall’interrogare di Edipo nella città devastata dalla peste; dall’incapacità di Tiresia, il veggente, colui che sa, di leggere i segni del cambiamento, e di dar loro voce. Dalla scoperta di una verità/catastrofe, alla quale, inevitabilmente, segue la perdita del potere. Per potere finalmente dire dei colpevoli e di chi, sapendo, ha taciuto, “tutti li scaccino dalle case, poiché costoro sono per noi una contaminazione”.


LA STRAGE DELLE VERITÀ di Marco Baliani

Bologna che non dimentica, Bologna città della memoria.

Un luogo, lo spazio di un giorno ove convocarsi per non dimenticare. Non solo la strage della stazione, ma le altre, quelle che ancora palpitano come ferite aperte dell’intera nostra società. Lo spazio della memoia come atto pubblico che si manifesta in forma teatrale, per rifiutare cicatrizzazioni chirurgiche facili e svelte, per continuare a chiedere verità; per mostrare di quelle ferite aperte il conflitto non sopito che esse continuano a generare. Ma ora si tratta della morte della verità, di come le vittime innocenti vengano due o tre volte uccise buovamente nella fabbricazione di false piste, nell’imbavagliamento delle investigazioni, nella costruzione mass-mediologica di notizie eclatanti e fuorvianti. Un atto di accusa ai modi di operare delle comunicazioni di massa e di conseguenza a quello che anche noi come cittadini accettiamo, impariamo a tacere, filtra sotterraneo il virus dell’omertà, di comportamenti conniventi o comunque passivi; un manto di indifferenza, di volontaria dimenticanza, che ci tocca come un vento leggero che si deposita sulle ocse lasciandione una patina spenta che facilmente si assimila alla polvere.

Non dimenticare è un atto dovuto, necessario per le nuove generazioni, per tramandare anche oralmente questi anni, queste porzioni di storia, per lasciare tracce nella memoria di quelli che verranno.

Il teatro per sua natura è il luogo per eccellenza del conflitto. Il compito è arduo, perchè bisogna riuscire a dire quanto ci preme e necessita senza mai perdere la forza teatrale. Trovare le forme che permettano il veicolarsi di non piccoli discorsi, rovare le strade che lascino filtrare con energia indimenticabile i pensieri, le storie, le riflessioni, è anche trovare un teatro di segno nuovo che sappia essere teatro al più alto livello artistico e al contempo sappia creare le condizioni di un pensiero critico. Un teatro politico? Sì, decisamnete, se con questo termine intendiamo riferirci alla vita, morale e civile, della polis. Ecco perchè è necessaria Bologna, perchè la polis deve ergersi come possibilità, come utopia, come sogno del possibile. Nella scorsa estate avevamo raccontato della necessità di edificare una nuova città, e che le pietre da usare dovevano essere le stesse che poggiavano sul tumulo ricomposto nella pace delle verità raggiunta, i morti, i nostri, finalmente sepolti. Occorre ripartire da lì, far tesoro della passata esperienza, far maturare tematiche e modalità di lavoro lì portate alla luce. Senza mai perdere la memoria centrale nè quelle 85 vittime della barbarie che ancora attendono la loro Antigone. Essere capaci di ampliare lo sguardo e il pensiero, trovando ogni volta un tema che approfondisca un aspetto, che indaghi una regione del conflitto.

Infine, Bologna – luogo di un teatro della memoria – si configura come la possibilità di un appuntamento internazionale, luogo di formazione per le nuove generazioni teatrali, giovani attori delle scuole di teatro italiane e straniere. Spazio di elaborazione drammaturgica unico nel suo genere che stimola un teatro non staccato dalla comunità, che permette ad artisti diversi, registi e drammaturghi, di misurarsi con la necessità di trovare forme e drammaturgie capaci di èarlare del presente e del nostro passato prossimo. Così l’appuntamento “Antigone delle città” acquista una duplice valenza: luogo di una memoria civile e luogo di una memoria teatrale.


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